Un non-insegnamento e due insegnamenti dalla parabola del fattore disonesto (Luca 16:1-14)

Luca 16:1-14 Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: “Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. Egli lo chiamò e gli disse: “Che cos’è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore”. Il fattore disse fra sé: “Che farò, ora che il padrone mi toglie l’amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l’amministrazione”. Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo:”Quanto devi al mio padrone?” Quello rispose: “Cento bati d’olio”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta”. Poi disse a un altro: “E tu, quanto devi?” Quello rispose: “Cento cori di grano”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta”. E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce. E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne.  Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri? Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona”. I farisei, che amavano il denaro, udivano tutte queste cose e si beffavano di lui.

Il testo di oggi ci parla di un uomo ricco e di un fattore, una persona chiamata ad amministrare gli affari del suo padrone. Il problema di questo fattore era che non faceva il suo lavoro onestamente, anzi. Probabilmente il fattore ha usato la sua posizione per diventare più ricco e più potente. Un po’ come oggi quando ci capita di sentire di politici che si fanno rimborsare pasti che non hanno niente a che fare con il loro lavoro o che usano mezzi di trasporto dello Stato per motivi personali. Oppure di dirigenti di banca che usano i soldi di altri per aumentare il loro, di conto in banca. Anche se non c’erano i giornali al tempo di Gesù la voce delle truffe del fattore è giunta al padrone che decide di licenziarlo, non con effetto immediato, ma dopo che egli abbia messo in regola il suo lavoro. Il fattore, che pensava di poter continuare con quello stile di vita per il resto della sua esistenza, si ritrova all’improvviso senza futuro. Perché altre cose non le sapeva fare e di chiedere l’elemosina si vergognava. E per queste ragioni che decide, quindi, di usare il tempo che il suo padrone gli ha concesso non per mettere in ordine l’amministrazione ma per assicurarsi un futuro. Il fattore decide di chiamare, uno ad uno, tutte le persone che hanno un debito con il suo padrone. Non per mettere in regola la loro posizione ma per offrire una soluzione vantaggiosa al debitore e al fattore: in pratica sui libri contabili dell’uomo ricco il fattore avrebbe registrato un debito inferiore a quello reale. È come se io prestassi 10 mele a Stefano e chiedessi a Randa di gestire il mio debito. Il compito di Randa è di assicurarsi che io riceva tutto quello che mi spetta, ma Randa e Stefano decidono di registrare solo un debito di 8 mele. Credo si chiaro quindi, il piano del fattore: in questo modo tutte le persone che avevano un debito con il suo padrone avrebbero avuto un debito con lui e gli sarebbero stati riconoscenti. In questo modo il fattore ha trovato una soluzione per la sua situazione.

Che cosa possiamo imparare da questa parabola e dalla successiva spiegazione di Gesù? Iniziamo dicendo cosa NON ci sta insegnando il testo di oggi.

  • Gesù non sta lodando la disonestà del fattore. Il genere della parabola, spesso usato da Gesù, ha come caratteristiche l’ambientazione verosimile e facilmente capibile dal pubblico e poche verità da apprendere. Quindi non tutti gli elementi e i personaggi della parabola devono insegnarci qualcosa, devono essere spiegati o presi ad esempio. Gli insegnamenti centrali della parabola sono l’uso dei beni materiali e la fedeltà che dobbiamo al Signore, e non la furbizia del fattore o il fatto che il padrone sia impresso da essa. In questo cosa il padrone e il fattore, entrambi corrotti e avidi, non rappresentano assolutamente il Signore ed il credente. Giovanni, nella sua prima epistola, afferma che “Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre.” (1 Gio. 1:15). Il salmista afferma che “Psa 9:7  Il SIGNORE siede come re in eterno; egli ha preparato il suo trono per il giudizio. Psa 9:8  Giudicherà il mondo con giustizia, giudicherà i popoli con rettitudine.” Isa 43:15  Io sono il SIGNORE, il vostro Santo, il creatore d’Israele, il vostro re”. Dio dichiara di essere santo e tutte le sue vie sono sante. Pietro dice che noi siamo chiamati ad essere santi così come Lui è santo e quindi mi sembra abbastanza scontato che la morale di questa parabola non possa essere una lode alla disonestà.
  • Allora cosa dobbiamo capire da questa storia? Gesù ci sta ricordando il giusto valore del denaro e quale sia il compito dell’amministratore fedele. Di per se, nel denaro non c’è niente di sbagliato. Il Signore ha benedetto tanti credenti con grandi fortune. Nella Bibbia troviamo diversi esempi: Giuseppe, il secondo uomo più potente dell’Egitto, Giobbe, Salomone. Io stesso, che mi reputo ricco perché ho più del necessario per sopravvivere, conosco credenti che sono molto più ricchi di me. Alcuni di questi credenti mi sostengono e mi permettono di fare quello che faccio. Quindi no, il denaro di per se non è malvagio. Infatti, come dice chiaramente Timoteo, 1Ti 6:10 è “l’amore del denaro che è radice di ogni specie di mali; e alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori.” Gesù sta dicendo al suo pubblico, composto da discepoli e, soprattutto, farisei, che l’amore per il denaro è accettabile, a patto che non ci si illuda di poter amare Dio allo stesso tempo. Ovviamente questa affermazione non piace per niente ai farisei… Il denaro, se usato per se stesso, non ha valore. Tutto il denaro accumulato su questa terra prima o poi non avrà alcun valore. Il denaro assume valore solo se usato in funzione eterna. Cosa vuol dire che usare il denaro in funzione eterna? Penso sia quello a cui fa riferimento Gesù al versetto 9 “E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne.” I soldi, le ricchezze ingiuste, spesi per investire nelle persone, nelle relazioni, nei bisognosi, nel prossimo, nella proclamazione del messaggio d’amore e di salvezza che troviamo nella Bibbia che Dio ci ha donato sono soldi che assumono un valore eterno. I soldi che abbiamo raccolto questa mattina nell’offerta sono soldi eterni. Spero che vi rendiate conto di questo e che non l’abbiate fatto solo perché è una buona abitudine. In questo preciso momento ci sono migliaia di persone su barconi, pullman e treni che stanno attraversando la Grecia, la Macedonia, la Serbia e la Croazia per entrare in Europa. Persone che hanno perso tutto, persone che hanno visto la morte e il terrore e che sperano di trovare pace fra di noi. Persone come Mohamed, un ragazzo siriano di 10 anni che ho conosciuto al campo profughi transitorio che ho visitato in Serbia. Anche io, come tutti voi, ho avuto 10 anni.  L’unica differenza è che il Signore mi ha dato di crescere spensierato in un paese in pace, invece che dover scappare dalla mia casa, dover vivere per mesi in un campo profughi, passare settimane in viaggio dormendo per terra, in un pullman, tra sporcizia e odore di urina e feci. Scusate se uso parole forti. Non sto cercando di giocare con le vostre emozioni. Ma io credo appunto che i soldi destinati ad aiutare queste persone abbiano un valore eterno perché in questo modo dimostriamo di amare Dio più dei nostri soldi. Così come i soldi usati per aiutare un fratello nel bisogno, o quelli usati per ospitare degli amici a casa per conoscerli meglio, o per finanziare un progetto evangelistico.

A volte siamo così ansiosi riguardo ai soldi, alle cose che dobbiamo ancora pagare, alle cose che vorremmo comprare, che pensiamo che i soldi siano qualcosa di grande, qualcosa che dovrebbe monopolizzare i nostri pensieri, le nostre discussioni, i nostri progetti e i nostri sogni. Ma non è così! Dio è molto più grande di tutte le ricchezze di questo mondo e di conseguenza i soldi che ci permette di gestire sono qualcosa di piccolo piccolo. Se capiamo questa cosa e trattiamo i soldi come qualcosa di piccolo rispetto a Dio e che i soldi provengono da Dio ed è lui che ci permetter di gestirli, saremo dei servitori fedeli. Se impariamo ad essere fedeli in queste piccole cose allora……allora ce ne saranno affidate di più grandi. Da quando sono con OM ho sentito molte storie riguardo ai primi missionari che hanno lavorato per la nostra organizzazione. Tante persone hanno venduto le loro proprietà, lasciato un bel lavoro per servire con OM. Tante sono, ovviamente, anche le storie riguardo a George Verwer, il fondatore di OM. Appena sposato, George e sua moglie Drena, invece di andare in viaggio di nozze partirono per il Messico per un viaggio missionario. Fiduciosi che il Signore avrebbe provveduto al costo del viaggio partirono subito dopo il matrimonio. Alla prima pompa di benzina George spiegò al benzinaio che erano dei credenti appena sposati in viaggio per servire il Signore in Messico. Come forma di pagamento George offrì la torta nuziale. Ma il benzinaio decise di regalare il pieno alla giovane coppia. La stessa cosa avvenne al secondo rifornimento. Solo il terzo benzinaio prese la torta ma la giovane coppia arrivò in Messico senza spendere un centesimo. Dio è molto più grande del denaro… Chi, o cosa, voglio servire? Qualcosa di piccolo o di grande? Voglio essere fedele a ciò che mi è dato da gestire, come i soldi, o a Colui che decide cosa posso gestire?

 

Se siamo figli e servi di Dio allora il Signore ci ha dato delle cose da amministrare. Se siamo figli e servi di Dio sappiamo bene che le cose che riceviamo non sono nostre ma sono del nostro Signore e che dovremo renderne conto. Se siamo figli e servi di Dio e abbiamo capito queste cose ci impegneremo nelle piccole cose come nelle grandi ad amministrare con fedeltà, sia se dobbiamo amministrare dei soldi, o un importante lavoro, o una chiesa. Se siamo figli e servi di Dio cercheremo, a differenza del fattore che era interessato solo al suo interesse a discapito di quello dell’uomo ricco, che pure gli aveva affidato tutto, il bene di Dio e del prossimo.