Quando verrà il regno di Dio? Luca 17, 20-37

Non si potrebbe cominciare il nuovo anno con un passo più adatto: all’inizio dell’anno si guarda verso il futuro, cercando di immaginare quali sorprese riserverà l’anno nuovo, ed un testo come quello che leggiamo oggi comincia con una domanda che ci proietta proprio verso il futuro – almeno apparentemente: “Quando verrà il regno di Dio?”, chiedono i farisei a Gesù, e potremmo anche noi porci la stessa domanda: verrà nel 2016? In fondo molti lo aspettano da 2016 anni, sarà ora che arrivi!

La lettura e l’analisi di questo testo ci saranno utili proprio per capire se si tratta realmente di un fatto futuro o solo futuro e ci sfideranno a porci ancora questa domanda che il mondo contemporaneo rimuove, perdendo in fin dei conti il senso della storia.

 

Introduzione: il problema del regno.

Sono i farisei a porre la domanda a Gesù, forse più per capire cosa pensa su un tema tipico del giudaismo dell’epoca che per avere risposte certe. Gesù parla spesso del suo regno, del regno di Dio, del regno dei cieli, e non si tratta di un termine di sua invenzione. L’Antico Testamento parla abbondantemente del regno di Dio, della sua venuta in opposizione ai regni umani e del fatto che JHVH regna! E’ una promessa ed un’affermazione al contempo.

 

Il SIGNORE regna per sempre;il tuo Dio, o Sion, regna per ogni età. Alleluia. (Sl 146,6)
Questa stessa espressione viene ripresa da Gesù che afferma sia la presenza del regno di Dio, come in questo passo che dice che chiaramente il regno c’è già, è in mezzo a voi, è palese e davanti a voi, sia come qualcosa che deve ancora venire, che va annunciato ed aspettato. È molto importante tenere presenti questi due aspetti del regno di Dio altrimenti non si capisce cosa dice Gesù: il regno di Dio è un qualcosa che è sempre esistito nel senso che il mondo non è abbandonato a se stesso, ma è nelle mani di Dio. I regni umani possono fare ciò che vogliono, ma l’ultima parola sul mondo è di Dio, che in questo senso regna. Questo regno di Dio vede nel corso della storia delle continue attestazioni e conferme: i miracoli che Gesù faceva, la sua stessa incarnazione e tutto ciò che segue sono segni chiari della presenza di questo regno. Tuttavia questo regno si realizza totalmente e pienamente solo con il ritorno di Cristo a giudicare il mondo e creare un nuovo cielo ed una nuova terra, motivo per cui si deve pregare: “Venga il tuo regno” e annunciare la presenza e la venuta del regno. Il regno è una di quelle realtà che si vivono “già e non ancora”, come anche la salvezza, che in parte sono ampiamente realizzate ed in parte vanno ancora godute nella loro pienezza.

Rispetto alla realtà del regno il passo che abbiamo letto ci mette in guardia da almeno tre tipi di errori.

 

  1. L’errore dei farisei: essere ciechi al regno.

La risposta che Gesù dà ai farisei è provocatoria ed in tensione con quanto viene detto successivamente. Nella sua dimensione di promessa e di presenza il regno di Dio non attira gli sguardi. Lo si può riconoscere, ma anche disconoscere. I farisei hanno visto abbondanti segni da parte di Gesù come miracoli, guarigioni, parole ed opere convincenti e di chiara origine divina. Ma non sono riusciti a leggerli come segni della presenza del regno.

Credo che questo errore sia molto comune anche tra di noi oggi. Quando leggiamo il mondo con gli occhi dei media, con gli occhiali forniti dalla mentalità finita e limitata di cui disponiamo naturalmente vediamo una gran quantità di stragi, di pericoli, di rischi potenziali di guerre, di minacce, di morte… Non vediamo proprio dove sia il regno di Dio dietro la Korea del Nord che trionfa per aver fatto un test nucleare, o dietro l’avanzare dell’Isis che come contrasto ha l’opposizione armata di diversi stati che il massimo che possono fare e picchiare ancora più duro. Il regno di Dio rischia di scivolare sotto i nostri occhi anche se tutti partecipiamo a grandi riti collettivi come il Natale che dovrebbe teoricamente parlare di Dio. Eppure Gesù dice che il regno è in mezzo a noi. Non penso sia legittimo dare un’interpretazione intimistica ed interiore di questo passo, come se il regno fosse una realtà limitata ai cuori degli uomini. Il regno era in mezzo ai farisei che non vedevano i miracoli, ed è in mezzo a noi le mille volte che sentiamo fortemente la presenza divina: in mezzo alle lodi del popolo di Dio il regno si afferma; in mezzo alle parole di chi percorre il mondo per annunciar e il vangelo il regno si manifesta! Nelle persone che si convertono e cambiano vita iniziando a seguire Dio, il regno si fa vedere. In tutti gli sforzi di chi contrasta le guerre, lotta contro le ingiustizie con leggi giuste, costruisce ospedali per lottare le malattie il regno si fa vedere. Vedere il mondo con le sole lenti del pessimismo e dell’assurdità significa essere ciechi al regno come i farisei.

Viviamo in una fase della storia della salvezza in cui si procede per fede e non per visione (II Cor 5,7) e questa fede si esercita proprio nel credere ad una promessa che ha le sue realizzazioni anche nel ritardo del compimento finale del regno, proprio per l’amore di Dio che aspetta e deve prima soffrire egli stesso nella persona del figlio per completare la sua opera di salvezza. Non vedere il Regno significa non riuscire a vedere la salvezza, ed allora ci vogliono gli occhiali della fede per vedere regno presente e futuro.

 

  1. Il regno ovunque: sovrastimare il regno

 

La prima cosa contro cui Gesù mette in guardia i discepoli, dopo aver parlato con i farisei, è quella di esagerare nella ricerca del regno o nel voler vedere forzatamente la sua attestazione ad ogni costo. Se i farisei non lo vedono, ci sono molti fanatici che lo vedono dappertutto che calcolano la data esatta del suo ritorno e che passano il tempo a speculare sull’esatta scansione degli eventi che precedono il ritorno di Cristo. Da altri vangeli sappiamo anche che molti si proclameranno dei messia, proponendosi come i fautori del regno di Dio. Gesù prepara i discepoli perché capiscano che l’incontro “fisico”, diretto con il Figlio dell’uomo avverrà solo nel suo giorno finale, che sarà perfettamente riconoscibile e privo di ambiguità: il lampo che oltrepassa il cielo è una sorpresa ma non può non essere visto. Ma prima di questo momento il desiderio di vedere, di toccare, di materializzare il regno di Dio in modo che si possa dire: “eccolo qui” o “eccolo là”, va messo da parte. Prima di questo è necessario che il figlio dell’uomo soffra e subisca il martirio per i nostri peccati. Senza questo passaggio non c’è regno di Dio, perché il regno non può essere inaugurato se non con la morte espiatoria di Cristo.

Questa verità era importante per i discepoli, ma lo è anche per noi, perché diffidiamo da quelle realizzazioni tangibili e visibile del regno di Dio che tanto attraggono. Queste si trovano laddove si moltiplicano i segni miracolosi in maniera esponenziale, ed ostentata quasi a voler far toccare il segno del regno. Ma questa tendenza ha anche trovato ampio spazio nella storia del cristianesimo in quanto moltissime chiese cristiane hanno interpretato il regno di Dio come una realtà politica, concreta, incarnata ora dalla chiesa, ora dallo stato della Chiesa, in seguito dalla liberazione politica dei popoli e via dicendo, fornendo al regno di Dio un orizzonte esclusivamente terreno o umano. Cosa che uccide il regno di Dio. “Non andateci, non seguiteli”, ci avvisa Gesù, perché il regno è una realtà evidente, come un fulmine che attraversa il cielo e che non stenteremo a riconoscere e a discriminare dalle sue mistificazioni.

 

  1. L’errore della mondanità: dimenticare il regno.

 

C’è un altro errore possibile rispetto al regno, che Gesù illustra nei versi che vanno dal 26 al 35. Ci viene descritto un mondo antico, quello dei patriarchi. Questi vengono descritti sommariamente con una serie di azioni che riguardano le abitudini quotidiane, e ci sorprende come questo mondo di circa 4000 anni fa sia simile al nostro: si mangia, si beve, ci si cercano moglie e mariti, si compra, vi vende si pianta e si costruisce. Una serie di azioni legittime, per certi versi molto belle e ricche di emozioni, anche di valori e di passione. Il problema di queste attività che indubbiamente danno un senso alla nostra vita rischiano di diventare l’unico senso della nostra vita. Confesso di provare un senso di disagio quando le conversazioni che facciamo tra amici riguardano solo ciò che abbiamo mangiato o le ricette di cucina; o quando tutto quello che abbiamo da dire riguarda le nostre case, i nostri acquisti, il nostro lavoro. Laddove la normalità del quotidiano – per non dire la banalità – diventa l’unico senso della nostra vita siamo entrati in un circolo vizioso per cui l’unico senso che diamo alla vita è quello di ripetere sempre le stesse cose, circolarmente: mangiare, bere, sposarsi, comprare, vendere e costruire… Perché? Per chi? La prospettiva del regno ci invita a fare tutte queste cose con la consapevolezza che prima o poi arriverà il giorno del figlio dell’uomo: un giorno in cui si faranno i conti della nostra vita. Gesù insiste sulla sorpresa che coglierà molti di noi, e garantisce ancora una volta che nessuno resterà indifferente. Alcuni partiranno altri resteranno: alcuni con Dio altri no… I discepoli vogliono sapere dove, ma Gesù li rassicura: come si vede bene dove sia un cadavere dalla presenza di avvoltoi, così il giorno del Figlio dell’uomo ci saranno eventi che renderanno chiaro cosa sta succedendo e dove andrà chi ha creduto e vissuto secondo le parole di Gesù e chi no.

 

Si è spesso accusato il medioevo di essere un mondo che viveva nel futuro, pensando solo all’al di là e dimenticando il presente. Noi viviamo in un mondo opposto, che esalta il presente e dimentica completamente il futuro. Cogliamo l’attimo, vogliamo vivere ora e subito. La saggezza del regno ci invita a non vivere né solo nell’uno né solo nell’altro, ma in tutti e due senza escluderli. Viviamo il nostro presente pensando alle conseguenze che avrà nel futuro e viceversa. Prendendo le azioni presenti in questo passo si possono fare molti esempi pratici:

– mangiare: mangeremo ogni giorno, ma stando attenti a non sprecare né ad abusare consapevoli che c’è chi muore di fame e che se buttiamo via del cibo ogni giorno significa che non sappiamo gestire.

– bere: berremo l’acqua come il vino o la birra, ma eviteremo di fare spese stratosferiche in vini pregiati che ci renderanno felici oggi, ma sottraendo risorse per chi ha più bisogno di noi;

– ci sposeremo, evitando di chiuderci nel solo universo della nostra coppia, dimenticando chi è solo;

– compreremo, venderemo e costruiremo, facendo attenzione che la logica del profitto non sia l’univo motore che ci anima.

Insomma, nella quotidianità la prospettiva del regno ci invita ad uno stile di vita sobrio, che ricerca l’annuncio e la pratica del regno azione dopo azione, e giorno dopo giorno.

Queste parole mi fanno venire in mente un uomo che incontrai tanti anni fa in Francia. Il gruppo giovani di cui facevo parte era incaricato di preparare il culto domenicale, e cominciammo con una domanda: che faresti se Cristo tornasse domani? Quest’uomo ci sorprese rispondendo: “Niente, continuerei a fare quello che ho sempre fatto”. Era vecchio e maturo, e beato che come lui non ha niente da rimproverarsi o da aggiungere. Chi non si sente così pensi oggi di cambiare pratica e stile di vita, secondo la parola di Gesù perché il nostro cammino di fede e tale se siamo disposti a lasciarci trasformare dal Signore Gesù. Se oggi sentiamo che dobbiamo entrare nel regno di Dio perché ne siamo ancora fuori, o che dobbiamo vivere più conformemente ai sui principi per non essere colti di sorpresa, cogliamo oggi questa opportunità: il giorno non è ancora venuto e la promessa di Dio è ancora valida!